Non ha lasciato indifferenti i presenti, la cerimonia che si è svolta questa mattina, 9 ottobre 2009, sulle alture di Langa. Tre gonfaloni, con le rispettive rappresentanze delle amministrazioni comunali di Alba, Bra e La Morra, insieme alle associazioni combattentistiche con le bandiere abbrunate, hanno partecipato alla commemorazione del sacrificio dei trenta partigiani che, il 29 agosto del 1944, furono fucilati in località Cerequio, borgata di La Morra, nel cortile della cascina "n'sec". Dopo la Santa Messa, sul luogo dell’eccidio, ha preso la parola Fabio Bailo, storico e presidente del Consiglio comunale di Bra. Quest'ultimo ha ripercorso i fatti quella tragica giornata di tarda estate, ricordando l’incursione di distaccamenti fascisti e tedeschi sulle alture di La Morra per accerchiare i partigiani della XII Divisione “Bra” e della 48ma brigata Garibaldi che furono catturati con la promessa di avere salva la vita, ma la parola data non fu mantenuta, facendoli finire al muro in un brutale massacro. In un passaggio del suo intervento, Bailo ha citato una poetica espressione di Luciano Bolis, combattente genovese che «nel ricordare la propria severa esperienza di partigiano, definì la sua partecipazione alla lotta di liberazione come “il mio granello di sabbia”. Oggi, qui a La Morra, possiamo assommare al contributo di Bolis tanti altri “granelli di sabbia”, di questi valorosi combattenti che, con il loro apporto arrivato fino al sacrificio di sé, hanno costruito le fondamenta di quella costruzione chiamata Resistenza». Fra i partigiani caduti a località Cerequio, anche i braidesi Andrea Olivero (classe 1921), Giovanni Battaglino, Battista Montà e Pino Lamberti (tutti e tre della classe 1925). Pino, partigiano della XII divisione Bra, prima della guerra era un coraggioso vigile del fuoco. Morì due mesi prima del fratello Carlo, nome di battaglia “Gabilondon”, partigiano delle formazioni garibaldine ucciso a Rivalta di La Morra durante i combattimenti che tentavano di fermare l’avanzata repubblichina verso Alba. «Ho seguito la festa del 25 aprile 1945 a Bra dal portone di casa mia che si affacciava su una via Vittorio Emanuele affollata di gente che esultava» ha ricordato Lucia Lamberti, sorella di Pino e Carlo, «ma a casa nostra regnava una tristezza senza fine. Mio padre rimase nell’orto di casa per non farsi sorprendere in lacrime, mia madre provava un dolore che non si esprimeva con il pianto, ma non riuscivo lo stesso a guardarla, la sua espressione lasciava trapelare una sofferenza insopportabile. “Sei la prima persona che vogliamo vedere in Bra “libera”, dissero piangendo i partigiani salutando mio padre, poi scapparono via subito perché non sopportavano di veder piangere anche lui. Fra loro c’era Gimmy, che non aveva più molto da vivere: fu ucciso da un cecchino a Torino pochi giorni dopo la liberazione». (va)